Domenica 10, primo giorno di vacanza.
Siccome me lo riprometto ogni santissima estate di non vegetare in panciolle o ciondolare per casa alla ricerca di qualche cosa da fare (anche pulire la lettiera del gatto, perché no), dopo aver recuperato in un pomeriggio tutte le ore di sonno perse per la scuola, pur ammettendo che durante le ore di letteratura (italiana, greca, latina che sia) si dorme che è una meraviglia, decido di uscire in groppa al mio fedele destriero e pedalare per lidi ameni e sconosciuti. Più o meno. L'ameno luogo che desidero raggiungere dista circa 15 km da casa. Alle 18 precise parto armata di fedele marsupio con I-Pod e cellulare. Pedalo e pedalo e pedalo e pedalo e pedalo, supero in velocità bambinetti armati di casco e di mini mountain-bike, cani di varia stazza, vecchiette sprint dotate di bastone da passeggio e persevero nella pedalata. L'unico accorgimento, quando ti senti arrancare è di tenere sempre e comunque la bocca chiusa, perché nel malaugurato caso in cui venga ingoiato un insetto sarebbe alquanto imbarazzante dover ammettere che si ha più cervello nello stomaco che in testa.
Raggiunta infine la meta, si era fatta una certa ora e decido di pedalare alla volta di casa. Faccio, che so, un paio di km e noto che la bici, non io, fatica a muoversi. Mi fermo e con mio sommo orrore noto che la ruota posteriore era completamente a terra. E non solo lei, voglio dire, ero a terra anche io in preda alla depressione dopo aver constatato il danno. Che poi forare alle 8 di sera a 15 chilometri da casa in mezzo alla campagna con i lupi che si preparano a banchettare non è il massimo. Ma non mi faccio perdere d’animo e molto stoicamente sopporto il disagio e rieccomi in sella cercando di raggiungere quanto prima la civiltà, non dopo aver imprecato in aramaico verso tutte le divinità del pantheon. Dieci minuti per fare venti metri. Decido di farmela a piedi, destriero fedifrago al fianco. Vedo che le cose non migliorano. Decido di farmela a piedi, ma di corsa, destriero fedifrago al fianco. Immaginate la scena. Ecco, appunto. Quanto mai imbarazzante. Fatto sta che piano piano raggiungo i primi segni della civiltà. Molto furbescamente noto che tagliando per il sottopassaggio risparmio un bel po’ di strada. Rischio di uccidermi per le scale, ripide quasi quanto il K2. Ma alla fine, arrancando di qua e di là, raggiungo la tanto agognata civiltà. “Pantiere di Castelbellino”, ma vediamo di accontentarci. Tanto più che non essendo più sperduta in mezzo all’amenità agreste posso permettermi il lusso di farmi venire a prendere in macchina. Altrimenti, anziché stare qui a raccontarlo, probabilmente starei ancora arrancando per tornare a casa.